Seconda prova scritta Maturità classica

Abbiamo ricevuto la richiesta di pubblicazione di una petizione relativa alla modifica delle modalità di svolgimento della seconda prova scritta della Maturità classica, che ha avuto già risonanza nei media suscitando un ampio dibattito. Si tratta di un argomento delicato che richiede prudenza e necessità di ampia discussione, sul quale la CUSL non può prendere alcuna posizione senza una riflessione e un dibattito approfondito al suo interno, che coinvolga tutti i soci. L’argomento verrà posto all’ordine del giorno della prossima Assemblea; vi invitiamo nel frattempo a leggere il testo di questa proposta, a riflettere sull’intera questione e, se lo desiderate, a discuterlo su questa pagina, che può diventare preliminare al dibattito che svilupperemo in sede di Assemblea.

  8 comments for “Seconda prova scritta Maturità classica

  1. CUSL
    15 Aprile 2015 at 23:11

    [riceviamo e pubblichiamo un commento del prof. Renato Oniga; ricordiamo che potete commentare direttamente autenticandovi in “utenti registrati” nella home page]

    A mio parere, i sei punti della petizione, ciascuno dei quali è di per sé condivisibile sul piano teorico, in pratica finscono però per produrre un unico risultato negativo: quello di svuotare la traduzione del carattere di esercizio propriamente linguistico. Tre punti si limitano a riformulare il lamento che da sempre ci viene dagli studenti più svogliati: ridurre la lunghezza, aumentare il tempo, poter scegliere il testo più facile. Gli altri tre chiedono invece che si faccia spazio per contestualizzazioni culturali, domande e confronti: tutte cose utili e interessanti, ma senza dubbio di natura non linguistica.

    Proviamo semplicemente ad immaginare le conseguenze. Se questa proposta passerà, come un cavallo di Troia, causerà in breve tempo lo svuotamento di significato della traduzione, ridotta a porzione di esercizio sempre più breve e più facile, dove gli errori conteranno ben poco, in un contesto invece sempre più ampio, dove i punti davvero rilevanti saranno i contenuti, non la lingua. Come dicono a chiare lettere i promotori dell’appello, lo studio dei testi in lingua non avrebbe in sé un valore autonomo, ma sarebbe un “viatico” (sic) per lo studio della cultura da essi espressa. Ma se non ci sarà più bisogno di saper tradurre per bene un testo in lingua, non ci sarà più bisogno di sapere bene la lingua. Si può facilmente prevedere in breve tempo un ulteriore declino delle conoscenze linguistiche di latino e greco.

    Quindi, secondo me, basterebbe che la prova di maturità recepisse una sola e semplicissima indicazione di riforma: che si tratti di un testo significativo per la cultura letteraria moderna, qualcosa con cui lo studente possa davvero confrontarsi e sentirsi a proprio agio, mettendo a frutto ciò che ha studiato, non solo sulla grammatica, ma anche sulla letteratura.

    Personalmente, sarei favorevole alla possibilità di proporre anche testi poetici, e non solo in prosa, un limite che attualmente ci toglie la maggior parte dei testi pregnanti delle culture antiche. Le lingue classiche sono anche e soprattutto lingue poetiche. Basterebbe questo a mettere fuori gioco testi aridi, come il famigerato De partibus animalium di Aristotele proposto nel 2002. Qui certamente l’articolo di Bettini su “Repubblica” mette in evidenza un punto fondamentale, che però è stato recepito dagli autori della petizione nel peggiore dei modi. Dice Bettini: “scegliere testi più brevi, ma soprattutto di contenuto culturale più rilevante: in modo cioè da poterne anche parlare, oltre che metterli in italiano”. Nella petizione, è rimasta solo l’idea che il testo debba essere soprattutto breve, a conferma di come le più nobili intenzioni degli intellettuali finiscono poi per essere banalizzate nella concretezza dell’applicazione scolastica.

    Invece, il modo migliore per mettere in pratica il giusto suggerimento di Bettini sarebbe a mio parere un altro. Bisognerebbe richiedere allo studente di aggiungere alla traduzione delle note di commento. Com’è noto, perfino le traduzioni dei romanzi contemporanei esigono a volte assolutamente la presenza di “note del traduttore”. Ma la stessa storia degli studi classici ci insegna che, ancor più della traduzione, è necessario il commento. La filologia classica possiede un patrimonio immenso di commenti, che vanno dagli stessi commenti antichi ai vecchi ma ricchissimi commenti umanistici, fino a quelli scientifici contemporanei, passando attraverso quelli scolastici del Novecento, che fino a qualche tempo fa erano fatti anche da filologi di prima grandezza.

    Forse chi, come gli estensori dell’appello, vorrebbe uniformare la prova di traduzione dalle lingue classiche al modello di quella dalle lingue moderne nei licei linguistici, non ha compreso questo dettaglio, piccolo ma cruciale: la traduzione di un testo classico non è una traduzione qualsiasi, ma una traduzione di tipo speciale, perché è sempre una traduzione letteraria. Al traduttore letterario, oltre alla correttezza grammaticale nella comprensione del testo, si richiede anche la capacità di cogliere i valori letterari, insomma non solo una traduzione ma anche un’esegesi, un dialogo con il testo, che necessariamente deve essere personale. Bisognerebbe insomma favorire quell’incontro fecondo tra il testo antico e il lettore/traduttore moderno, su cui si basa la pedagogia umanistica.

    In tal modo, cioè attraverso le note di commento, emergerebbe chiaramente la preparazione, e direi anche la maturità complessiva dello studente, che potrebbe essere facilmente valutata. Si capirebbe immediatamente se lo studente, di fronte al testo, ha qualcosa di personale da dire, se ha capacità di giudizio critico e di riflessione, se ha studiato la storia della letteratura, insomma se la traduzione è stata semplicemente scopiazzata, oppure se il testo è stato davvero compreso, nel suo significato e anche nelle sue difficoltà.

    Renato Oniga

  2. Fabrizio Polacco
    17 Aprile 2015 at 8:31

    Condivido molte delle considerazioni culturali e teoriche sviluppate da Bettini, cui si ispira la petizione avviata dai colleghi del liceo Augusto. Esse sono tra l’altro in linea con la stessa ratio la quale, ben ricordo, ci portò a suo tempo nella commissione consultiva del MIUR a chiedere di introdurre la dicitura ‘Lingua e cultura latina’ al posto della preesistente ‘Lingua e lettere latine’, per indicare la disciplina in questione.

    Tuttavia, un conto è favorire un’impostazione culturale o didattica volta a contestualizzare il più possibile i testi in lingua tramite elementi storico- antropologici, storico-sociali, ecc., e ad offrire in tal modo una maggiore ariosità allo studio della disciplina; altro e ben diverso conto è invece dare un sostanziale ‘liberi tutti’ rispetto allo studio rigoroso della fonetica, della morfologia e della sintassi, proponendo una relativizzazione, e quindi una sostanziale svalutazione, della versione del testo latino proprio in sede di prova di esame. In questo mi trovo perfettamente d’accordo con i rilievi mossi da Onida.

    Del resto, chi vuole avere una preparazione in latino senza passare attraverso le ‘forche caudine’ della versione di fine corso ha già di fronte a sé una certa gamma di opzioni di indirizzi di studio: dal liceo scientifico ‘tradizionale’, ove non è prevista tale prova all’Esame di Stato, al nuovo liceo linguistico, che interrompe lo studio del latino già al termine del primo biennio.
    Chi invece continua a scegliere il liceo classico ha tutto il diritto, direi, e conseguentemente deve accettare anche l’onere, di cimentarsi in una prova preminentemente, o anche esclusivamente, linguistica.
    E questo non perché tutti i diplomati dal liceo classico debbano diventare latinisti – o grecisti: già, una simile proposta si dovrebbe estendere poi anche al greco, no? – ma perché la capacità di intendere un passo latino serve così al giurista come allo storico, al religioso come allo scienziato naturalista, allo stesso modo in cui il greco serve al medico fisiologo e al matematico, al fisico e al filosofo, non solo grazie all’enorme bagaglio lessicale specialistico che diviene per tutti costoro più facilmente perspicuo, ma grazie anche alla non trascurabile possibilità di accedere in forma diretta alle fonti originarie di molte discipline nate nell’antichità. Non per nulla, nel mio liceo organizzeremo tra breve una conferenza dal titolo ‘Lingue antiche per dare nome ai viventi’, in cui si parlerà di tassonomia scientifica e lingue classiche.

    Inoltre, se proprio davvero si vuole, come affermano i presentatori della proposta, dare maggior rilievo in sede di prova finale anche agli altri aspetti culturali della latinità, perché allora non si lancia una petizione – questa sì, da sostenere con vigore – per reintrodurre tra le prove scritte di Italiano l’opzione, un tempo sempre presente, di una traccia di tema di cultura classica? Non sarebbe questo un provvedimento molto più semplice (attuabile senza mutare un’ennesima volta la formula di una prova), e non renderebbe la valutazione ancor più completa? E perché non ci si mobilita con altrettanta decisione di fronte allo scandalo dell’ora e mezza settimanale (meno dell’educazione fisica) destinata alla storia antica in tutti gli indirizzi liceali, o a quello della sua soppressione come materia a se stante dotata di valutazione autonoma (vedi la discutibile introduzione della ‘Geostoria’ maldestramente scopiazzata da modelli stranieri), due riforme che stanno facendo tabula rasa di ogni possibilità di contestualizzare lo studio delle lingue antiche?

    Il pregiudizio poi, che si debba ‘a priori’ cambiare qualcosa poiché, come si scrive nella premessa all’appello, non si cambia una prova “dal 1969” mi sembra altrettanto poco valido di quello opposto che tendesse all’immobilismo assoluto. Del resto, se è per questo la prova di traduzione in lingua non cambia addirittura da 4000 anni, cioè da quando i Babilonesi si esercitavano a tradurre i più antichi testi dei Sumeri. Un motivo probabilmente ci sarà…

    Ma è un pregiudizio altrettanto infondato anche quest’altro: che il calo delle iscrizioni al classico sia principalmente effetto di una impostazione antiquata degli studi. Purtroppo, non è così. Mi occupo di orientamento ai licei da un quindicennio, e posso affermare con cognizione di causa che all’origine del calo delle iscrizioni vi è una realtà ben più prosaica, ma assai perniciosa quanto scomoda da riconoscere, e ancor più difficile da contrastare. E cioè che gli alunni scelgono sempre meno il classico anzitutto perché non vengono più messi nella condizione di sceglierlo, ridotti come sono alla più totale ignoranza di ciò che vi andrebbero a studiare. Alle medie, infatti, non è dato loro più modo di conoscere la civiltà classica: niente più latino da decenni, come è noto; ma oramai neppure nulla più, o quasi, di epica antica; e infine, a partire dall’ultima riforma, neppure è presente la storia antica, visto che in prima media lo studio di questa disciplina prende le mosse dal medioevo.

    Non dobbiamo quindi meravigliarci del calo delle iscrizioni al classico, direi, quanto piuttosto del miracolo che ve ne siano ancora. Che una tale insospettabile vitalità non sia per caso merito proprio del fatto che vi si arriva, prima o poi, a leggere e tradurre i classici in lingua?

  3. CUSL
    17 Aprile 2015 at 14:22

    Aggiungiamo qui una proposta alternativa che è circolata nei giorni scorsi, elaborata dal liceo Minghetti di Bologna.

    Modifiche alla proposta del Dirigente Scolastico Prof. G. Campanini (P. Rosa, Bologna, 31/3/15)

    Premesso che con l’a.s. 2014/15 si completa il ciclo di istruzione superiore così come riordinato a seguito dei Decreti Legislativi del 2010;
    ricordato che tutte le tipologie di seconda prova dei diversi indirizzi, dal 1969 ad oggi, hanno subito variazioni e cambiamenti, salvo la seconda prova del Liceo classico;
    ricordato che in tutte le tipologie di seconda prova è previsto che il candidato possa scegliere fra diverse proposte (nel caso dei Licei scientifici: un problema su due e cinque quesiti su dieci; nel caso del Liceo linguistico: scelta della lingua straniera; ecc.);
    ricordato che la definizione delle modalità di tipologia della seconda prova è affidata ad un semplice Decreto Ministeriale

    si propone che a partire dall’anno scolastico 2015/16 (e quindi con DM da emanare entro la fine di settembre 2015) la seconda prova scritta del Liceo classico si svolga in questo modo:

    Scelta del candidato fra due proposte (una riguardante la lingua latina e una riguardante la lingua greca)
    Ogni proposta consista:
    nella traduzione di un brano di autore classico, del quale si diano le coordinate necessarie per una corretta traduzione (autore, testo da cui è tratto, ante testo e post testo con traduzione italiana a fronte)
    nell’analisi letteraria-stilistica del brano stesso (o libera, o attraverso un questionario di non più di tre domande, una delle quali approfondisca criticamente, in breve, l’opera da cui è tratto il testo, nel quadro della produzione complessiva del suo autore e del periodo in cui è vissuto);
    La valutazione della prova è in quindicesimi. Le griglie di valutazione saranno approntate dai singoli dipartimenti disciplinari d’istituto.

  4. Elisabetta Serafini
    19 Aprile 2015 at 14:45

    Alzo la mano. Sì, ho sottoscritto la petizione; ne sono responsabile. La convinzione che il linguaggio, piuttosto che specchio di realtà e idee già esistenti, sia un potente strumento formativo e che la lingua sia un campo di forze mi ha indotto ad avventurarmi negli ultimi decenni in vari campi di studio: ho qui ora, accanto a me, tra gli altri, “Con i Romani” di Bettini-Short, “Antropologia del Linguaggio” di Duranti, “Dire quasi la stessa cosa. Esperienze di traduzione” di Eco, e, del professore Oniga, “Il latino. Breve introduzione linguistica”. Ho sempre sperato che nuovi paradigmi di ricerca mi aiutassero a scongiurare lo scenario di automatismi, che abituale si ripete da decenni al momento della seconda prova di esame di stato: la ricerca, appena dopo la consegna del testo, sul vocabolario, parola per parola -come se la traduzione fosse assemblaggio di stringhe di un gioco combinatorio; fedeli trascrizioni, non molto distante da quel “sottoscritto essendosi recato nelle prime ore antimeridiane nei locali dello scantinato per eseguire l’avviamento dell’impianto termico, dichiara di essere casualmente incorso nel rinvenimento di un quantitativo di prodotti vinicoli..” – esempio per Calvino di antilingua –, che dell’antilingua hanno tutti i requisiti: vocaboli che di per se stessi non vogliono dire niente o, tutt’al più, qualcosa di sfuggente, l’indifferenza per le cose di cui parla e, in sostanza, l’odio per una relazione viva. Eppure a questa traduzione letterale (sic), frutto di quattro ore di sodo impegno, vedo assegnare voti positivi. “Sono fatti così gli studenti”- mi viene risposto; “Non ci sono errori” (sic). E se invece fossimo noi così? Se invece fosse quella tipologia di prova, le griglie di valutazione di quella prova, la didattica che presuppone, a mettere in moto il meccanismo? Alzo la mano. Non in segno di resa, come vorrebbe la metafora bellica (“cavallo di Troia”, “forche caudine”, “cimenti”) degli interventi che leggo, ma a prendere la parola per dire che arrestare questa deriva è un obbligo morale, un imperativo formativo, perché chi scrive l’antilingua, non pensa, non vive, non ha né presente, né passato; in un faccia a faccia, come è di ogni dialogo– traduzione compresa – non in un corpo a corpo.
    Elisabetta Serafini

  5. gipsigina
    22 Aprile 2015 at 11:57

    Alzo la mano anche io, con Elisabetta Serafini, per dire che con Maurizio Bettini e Giuseppe Pucci siamo andati anche un po’ avanti nella discussione e ne daremo conto, grazie all’amichevole invito dei Direttori, sul primo numero di Classico Contemporaneo, rivista online che sarà presentata a Roma il 5 giugno, a ridosso della riunione della CUSL. Alzo la mano per dire che un appello è un appello, potrà contenere ingenuità, semplificazioni; un appello serve a far capire quanti docenti (e altri/e, naturalmente) sentono l’urgenza di avviare un cambiamento che individui almeno il disagio del presente e una direzione per il futuro. Per questo non discuto le obiezioni di chi legge l’appello e, magari pensando che verrà acquisito in toto dal Ministero, mette le mani avanti (ma il gesto successivo potrebbe anche essere quello di alzare la mano, per far vedere che si è dalla stessa parte non solo di Maurizio Bettini, ma anche di Elisabetta Serafini, perché fra chi avverte il disagio si finirà per capirsi, senza attribuire a qualcuno/a cattivi pensieri per un cattiva scuola). Non le discuto perché ricordo che, rispetto a testi scritti e collettivi come le mozioni, gli appelli, le risoluzioni finali – che hanno sempre un duplice scopo: cominciare a fissare dei punti, ma soprattutto avviarne la discussione per una realizzazione al meglio -, vale l’esempio della lettera di Natale che Tommasino, il figlio di Luca Cupiello (Eduardo, naturalmente) recita dinanzi alla famiglia. Allo zio, che si lamentava di non essere stato nominato fra i familiari per cui Tommasino chiede tanta felicità e benessere per cento anni, Luca obietta: “Ma perché, se scriveva cento anni pure per te, tu sei sicuro che sarebbero stati cento?”. Lo scritto, per quanto carente e manchevole, sarà sostenuto e concretizzato dalle azioni quotidiane che bravi e brave docenti, appassionate/i al loro mestiere, sapranno offrire per la crescita dei loro studenti, facendo rete, come si dice oggi efficacemente. Gigi Spina

  6. Pietro Limongi
    23 Aprile 2015 at 15:04

    Sono un ingegnere che ha frequentato con molta passione e soddisfazione il Liceo Classico e attualmente genitore di una studentessa di liceo classico. Non condivido l’intervento del Prof. Oniga sulla ottima, a mio avviso, proposta presentata dai docenti del Liceo Augusto di Roma. Ciò che esprime Oniga è secondo me molto lontano dalla realtà dei giovani di oggi e da ciò che dovrebbe essere prioritario per formare “coscienze” che poi dovranno confrontarsi con il mondo del lavoro, spesso in un “contesto globale”. Penso che proprio posizioni come quelle di Oniga alimentino richieste di riduzione dei percorsi di studi classici, a vantaggio di percorsi “scientifici”, epresse in modo più o meno esplicito da Ichino, Odifreddi ed altri.
    Esimio prof. Oniga, parlo da genitore, e da genitore io non vorrei per mia figlia una scuola in cui si faccia traduzione come “esercizio puramente linguistico”. Mi sembrerebbe una scuola in cui si perde tempo perché si perde il contatto con la realtà, che non è mai “pura”. Poi le dico che questo “esercizio puramente linguistico” non lo comprendo fino in fondo, ma potrebbe essere un mio limite. Facendo l’ ingegnere che si è occupato anche di “esercizi puramente logico-matematici” per anni, mi aspetterei che, di fronte ad un “esercizio puramente linguistico”, due diversi abili traduttori, ma uno con la conoscenza di contesto, autore, testo, ecc. (cioè in possesso, per usare le sue parole, di “contenuti rilevanti”) e l’altro no, entrambi producano un medesimo e unico risultato corretto!!! Credo non sia così. Credo invece che sia importante il “senso”. Il senso è vivo, la lingua è morta. Resuscitiamo una lingua per cogliere il “senso”, per capire meglio il presente e chi siamo (come diceva anche Benedetto Croce- lei mi insegna- ogni ricostruzione del passato è storia del presente). Io non voglio per i nostri figli una “scuola morta”! E poi le parole che lei usa: “lamento che da sempre ci viene dagli studenti più svogliati”, “lunghezza” “tempo” (contano le quantità?), “gli errori conteranno ben poco”, “traduzione scopiazzata” mi comunicano un senso di assolutismo, tipico di un intellettuale d’altri tempi, che dalla sua torre d’avorio illumina noi poveri mortali. Io genitore, lei filologo. Il confronto è impari. Allora chiamo in mio aiuto il prof. Cacciari, che in una recente ultima intervista dice: “Nei classici noi ascoltiamo la voce di persone che hanno sconquassato il pregiudizio ed hanno messo a soqquadro ogni coscienza prestabilita. E se la scuola vi fa leggere i classici come un catechismo dovete ribellarvi. La ricchezza di questi studi sono le domande, i dubbi, le angosce, che hanno mosso tutti i grandi pensatori. (…) Il classico non è qualcuno che dice autorevolmente qualcosa, ma è la domanda che non trova mai risposta. Questo è il classico. E questa è la cultura.” Penso che la proposta dei docenti del Liceo Augusto, a cui va il mio plauso vada proprio in questa direzione mentre il suo “esercizio puramente linguistico” sia proprio “catechismo” d’altri tempi. Da genitore vorrei tanto che il liceo classico non fosse, parafrasando i fratelli Coen, una “scuola per vecchi”.
    Pietro Limongi

    • Mariella Tixi
      21 Maggio 2015 at 17:32

      Oltre a essere docente di latino nel liceo classico, mi occupo da anni di questioni legate alla didattica di questa disciplina, anche in relazione a incarichi di docenza universitaria. Penso che la necessità di rivedere la prova di latino della maturità classica derivi proprio dal fallimento sostanziale di quel ‘catechismo d’altri tempi’ che lei erroneamente attribuisce al professore Oniga: sì, caro ingegnere, la didattica del latino che ha progressivamente svuotato di valore formativo la prova di traduzione è quella che non ha saputo avvicinare i ragazzi alla lingua latina e che ha fatto di essi solo, peraltro nei casi migliori e oggi sempre più rari, dei manovratori spesso inconsapevoli di regole grammaticali. Questo è il catechismo di cui oggi constatiamo il fallimento: la traduzione come prova “propriamente” linguistica (così ha scritto il professore Oniga, non “puramente”, come da lei citato: vede la potenza della lingua nel caratterizzare la realtà?) è una prova che mette invece in campo le migliori risorse cognitive degli allievi, che li impegna in un problem solving che non ha nulla da invidiare alle più diffuse forme scientifiche di questa attività di pensiero, che li chiama a decodificare il messaggio dell’autore antico a partire da una consapevolezza culturale che partendo da due lingue mette a confronto due mondi. La coscienza che lei chiede al liceo classico di formare nei giovani passa attraverso lo studio del latino nella sua indissolubile unione di lingua e cultura: la prova di traduzione può e deve diventare momento di ricomposizione di questa unità, valorizzando con opportune richieste la capacità interpretativa degli studenti, il loro sapersi porre in posizione consapevolmente critica rispetto alla scelta dei traducenti, il loro essere in grado di portare alla luce i meccanismi di significazione di un testo in cui lessico, sintassi, stile sono posti al servizio di un’idea, di un messaggio, di una volontà. La palestra di lingua è sempre palestra di pensiero e perciò strumento fondamentale di dialogo e riflessione. La scuola e lo studio del latino, in particolare, possono riuscire a essere vicini a giovani non immiserendosi in una ideale sintonia con i loro interessi, ma facendosi carico dei loro bisogni formativi, una percentuale altissima dei quali si presenta oggi come bisogno di formazione linguistica. Non è certo la verifica delle competenze linguistiche in lingua latina a produrre la scuola per vecchi che lei paventa: semmai il perdurare di infeconde pratiche grammaticalistiche contrabbandate per insegnamento linguistico. Personalmente, peraltro, non so se temo più una scuola per vecchi o un liceo classico superficialmente ringiovanito che deprivi i suoi studenti della formidabile risorsa della lettura, della comprensione, della interpretazione dei testi antichi nella loro voce originaria.

      • Pietro Limongi
        23 Maggio 2015 at 14:56

        Gentile professoressa, sono così d’accordo con quello che lei scrive che avevo cercato di esprimerlo prima di lei, a quanto pare con una “potenza linguistica” evidentemente non del tutto efficace. D’altronde ciò che io e lei diciamo è coerente con la proposta dei docenti del Liceo Augusto, a mio avviso “erroneamente” interpretata dal prof. Oniga.
        Pietro Limongi

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Bad Behavior has blocked 57 access attempts in the last 7 days.